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La casa delle urla

La casa delle urla la costruì mio nonno. Falegname sempre abbronzato - non si sa come: non andava al mare, lavorava nella sua bottega e quasi mai all’aperto, a meno che non avesse passato gli ultimi suoi anni di vita a fabbricare in gran segreto casette di legno come la mia, fatto del quale non mi meraviglierei affatto, almeno dai racconti che ho sentito su di lui dopo la sua morte, ma visto che nella mia famiglia nessuno ne sa qualcosa, a meno che i soliti noti non abbiano deciso di chiudere il becco per pigrizia, contegno, scarso o assente senso del dovere di tramandare se non in forma scritta (figuriamoci!) almeno attraverso qualche accenno buttato lì durante le rare riunioni di famiglia (inevitabili e accidentali come un funerale, o tiepidamente attese e forzose come un matrimonio o un battesimo) gli scampoli di storia rimasti fuori dalle trame lineari della saga familiare, che tuttora mi trovo a riscoprire, con non poca fatica, e a cucire insieme con risultati patetici tanto quanto le coperte patchwork che mia zia Corradina si ostinava a regalare a cugini, nipoti e pronipoti, preferibili comunque ai pasticci di ricotta che imponeva durante i vocianti pranzi natalizi e che nessuno, per cortesia e buon cuore, aveva mai il coraggio di rifiutare, e chissà mio nonno, che forse lui era l’unico ad aver quel tatto furbo da artigiano, i modi da upper class proletaria per declinar l’offerta senza offendere l’orgoglio patrizio di quella miniatura di donna che sembrava passata direttamente dalla spensierata giovinezza a una vecchiezza acciaccata e storta e che, non avendo mai timbrato cartellini né provato su quella sua pelle trasparente e asciutta da pesca secca un’ora che sia una di lavoro non aveva il minimo anticorpo contro rifiuti e osservazioni ma pure questo forse rimarrà oscuro come la notte senza stelle in cui mi trovo a buttar giù la storia in cui ti ho trascinato, e mai racconto al riguardo ho ascoltato, nemmeno al suo stato minimo, quell’ “e” che congiungendo un nome a un altro sottintende o almeno insinua che uno possa aver parlato a, pranzato con, anche solo incontrato l’altra, perciò in questo come in mille altri casi lascio cantar gli indizi, rievoco (o immagino) i non detti e mi lascio andare a un ricordo verosimile: il pranzo di Natale in cui mio nonno eroicamente rifiutò il pasticcio di ricotta di zia Corradina andando ad aggiungere l’ennesimo, solido mattone al monumento postumo che tutti noi saremmo poi andati ad erigere idealmente in suo onore e ad evocar l’un l’altro (nonché a presentare in tutta la sua mitica imponenza all’estraneo che si fosse trovato a passar di là per caso o per senso del dovere di familiare che per sangue, o via via scendendo di grado, amore o amicizia, si fosse trovato ad arrivar troppo tardi, per svantaggio d’anagrafe, ai banchetti a cui il Grand’Uomo ha potuto partecipare, bocca, gola, mani e stomaco in persona), pranzo in cui il sottoscritto, che non aveva ancora ricevuto il dono della parola, sedeva malamente sul seggiolone tra madre e nonno, lontano da pasticci commestibili e figurati, sbavando minestrine su di un bavaglino troppo grande, la doppia S - assurta ad araldo di famiglia - ricamata con orgoglio dalle dita sempre gonfie di fatica della nonna, quell’Adele dalle gote sempre rosse: un’intreccio di venute; una topografia di pazienza e fatica che aveva rubato alla bocca, quanto tempo prima nessuno saprebbe dire, il compito di illuminare il volto con sorrisi che chissà come sembravano tenaglie sui cuori di tutti tant’erano rari e veri mentre la bocca, quella se ne stava prudentemente piegata verso il basso come soggetta ad una gravità tutta sua, sottolineando rassegnati sospiri e invocazioni al cielo che a dirla tutta, insieme alle inimitabili ricette dispensate alle nuore non si sa se per generosità o sadismo, e alle domande retoriche che potevano considerarsi la sua versione del sarcasmo (a Corradina, quante volte, “sei tanto stanca, eh?”, a conclusione dei monologhi di quella ed ennesima cannonata in campo avverso di una battaglia silenziosa protrattasi per decenni che quando finì, per abbandono della secca Corradina, si portò via pure gli ultimi sorrisi di Adele), costituivano gran parte del contributo oratorio della nonna, auto-elettasi cameriera ai pranzi e nella vita, prima per necessità poi per dovere e infine per piacere, perennemente in viaggio tra tavola e cucina, sfiorata dalle liti di rappresentanza tra quattro o cinque versioni di comunismo e pugno alzato ed altrettanti ego, i cui gomiti forse si sfioravano troppo spesso per non stuzzicarsi ed ingaggiare guerre lampo, tiepide come i cappelletti in brodo avanzati in mezzo al tavolo che lo zio Carlo aspettava si freddassero quel poco che bastava per il bis solitario d’ordinanza, da consumare lentamente, i baffi asciugando con prontezza, col suo impescrutabile sguardo lanciato già verso la poltrona più vicina - casalingo campo d’azione di sogni anarchici e forse donne, forse uomini di cui ricordar labbra e sospiri da portare nella tomba, insieme ai baffi e alla tuta blu da fabbro portata con l’orgoglio d’un attore da commedia dell’arte, appesa al muro della piccola bottega assieme a martelli d’ogni foggia (finiti chissà dove insieme alle risposte alle domande che nessuno gli ha mai fatto ma con quegli occhi che aveva in ospedale, rimasti soli insieme a un mucchio d’ossa, un po’ di pelle e i soliti capelli lucidi e tirati, non dico che qualcuno avrebbe dovuto) - per il pisolino che incorniciava ogni pranzo di famiglia e chiudeva il sipario alla domenica o alla festa comandata insieme al concerto per sole voci femminili e piatti sporchi che dalla cucina arrivava fino al lettone dove io e le mie cugine, ben coperti e a occhi chiusi, sperimentavamo il volo a braccia aperte, decollando in fase rem e planando non visti tra le stanze della casa, fino ai riccioli di fumo, al russare e alla tv, che accompagnava sogni che a differenza dei nostri conoscevano i problemi ma non le soluzioni, e raramente volavano come noi fuori dalle finestre bianche, sopra agli alberi del viale, alle macchine ferme e a quel sole d’inverno che sembrava non riuscire ad arrivar per terra, tra nuvole, tetti rossi e la cappa di noia, spessa come una trapunta, di una città cullata dalle colline tutt’attorno, sopra ad una delle quali, un giorno e chissà perché, in appena due metri quadri rubati al verde del giardino di casa mia, nella casetta di legno costruita da mio nonno, cominciarono le urla, le stesse di cui mia figlia - altra doppia S ricamata - mi chiede spiegazioni; mi chiede di chi sono quelle voci e perché gridano e se per caso è con lei che ce l’hanno, e corre piangendo dalla mamma, che come tutti gli altri, a parte me, le urla non le ha mai sentite, il cuore che rimbomba, la testa piena di domande, le risposte (un giorno lo saprà) da cercare con le lacrime agli occhi tra quelle grida, col tempo tanto familiari, che ti gelano le ossa.

viasantamariauno

La casa poi l’avete trasformata. Avete tolto la terra e dissotterrato forse un piano intero, quasi fosse un cadavere (il nostro, certo) da mostrare al mondo, o almeno a chi si provi d’andare a zonzo, suo malgrado, per la via, le erte siepi azzurre, pungenti come aghi, messe via per basse e grasse foglie verdi, come tende spalancate al morboso rimirar di quelli che, metro in mano, confrontano e poi a casa, a tavola, davanti a moglie e prole, sentono il dovere di scambiare due parole di commento - se fosse dunque meglio lasciar la strada vecchia (ché pure quella, non si sa come, siete riusciti a “spianeggiare”) per la nuova - dopo la preghiera e prima del tg, col sole ormai esausto dietro alle colline, ad allungare ombre che di grigio vanno a pennellare i muri esterni, quelli che con balda e lucida pazienza di chirurgo estetico avete prima sciolto per un lifting, per poi passarci pure l’abbrozzante su quel grosso paziente di cemento armato che le rughe bianche, azzardo, se le sarebbe tenute volentieri, meglio che sembrare uno di quei vecchi lampadati e tinti, coi dentoni finti e bianchi e innaturali, stesi sul lettino ad esibire il tempo che si piega al volere non dell’intelletto ma dell’apparenza.
E le finestre? Allungate per entrare/uscire dove prima noi c’affacciavamo solo, in punta di piedi, il cielo appena come panorama, per controllare che le stelle, le nuvole, la luna fossero sempre al loro posto, sulle nostre teste ostinate pronte a dare capocciate alle pareti, all’occorrenza (e quelle non sono mai mancate): per evitar di fare uguale avete tolto pure quelle, aprendo buchi da coprire con persiane, vetri e zanzariere e, appena sopra, la luce dell’allarme ad avvertire d’intrusioni - tutte: ladri, venditori, parenti, amici, l’omino della pizza che sbaglia campanello, il prete a mano armata (di benedizioni), tutti uguali, ché non sia mai donare un posto a tavola, una doccia o - figuriamoci - una parola a chi, seppur di stesso sangue, non ha pagato quote di terreno, portato sacchi e secchi, o almeno piazzato tegole una domenica mattina senza vento, l’occhio basso a far di conto, ché il materiale edile costa, è il nuovo oro, tesoro più lucente dei tappeti verdi e gialli stesi sopra alle colline, che puzzano di vino andato a male e guano e grasso e legno marcio, stesso odore familiare ritrovato giù in cantina, e subito lavato via con la foga del cretino che non sa che va facendo, cancellando vent’anni o più di frigoriferi gelati, carne per l’inverno, riserve d’acqua e legna, armadi pieni e vuoti (ma sempre naftalina), scatole di giochi, passi sordi e ombre e ombre, le stesse che m’afferravano durante corse a perdifiato, d’estate, in bici, passar davanti alla paura solo per sentirne il brivido e le mani sulla schiena, poi via sgommando verso il sole e su, sudare, verso la salita, senza marce ad arrancar fino al cancello (sempre chiuso), riprender fiato e via di nuovo, filato verso il buio che pareva uscire dalle porte, propaggine del sogno da due del pomeriggio, fabbriche sbarrate, finestra sul piazzale vuoto, clangore di un lavoro che l’occhio ricorda soltanto, tra pozzanghere di ruggine che sembran sangue e maree di voci che s’allontanano prima dell’assalto (alcune le conosco, altre no e non faccio a tempo, ché sempre cambiano eppure il nome mio lo sanno tutte e giù a chiamare “Simone, Simone” notte e giorno).
La casa, come ho detto, poi l’avete trasformata. Uccisa no, non credo, e l’augurio mio è che le porte con dietro il buio le abbiate chiuse bene.

16.8.11

Il sole delle sei e mezza, con le galline che vanno rallentando nelle aie a portata d’orecchio. I grilli scendono dagli alberi a vedere le auto che tornano dal mare, cariche di sabbia che dopo mesi sarà ancora lì, nascosta negli angolini insieme alla lanugine degli ombelichi, ai capelli, alla pelle morta. E il sole delle sei e mezza cade giù obliquo tra le foglie degli alberi, mentre stai attaccata in braccio a me che salgo per la stradina di breccia che non vuoi fare a piedi, ché quei sassetti son sempre lesti ad infilarsi tra suola e piede - colpa mia: i sandaletti che chiami “nuovi” ma già van stretti chi li ha fatti aveva in mente padri che ti accompagnano in piscina o judo o inglese ma sempre in macchina, non per quelli come me, senza patente, col pallino di infilarti a forza in quella testa, tra un pomeriggio e l’altro di quella manciata che ancora ci rimane, almeno per quest’anno, un’enciclopedia di panorami verdi ed oro (ancora “panorama” neanche l’hai capito bene che vuol dire: guardi, guardi e continui a chiedere dov’è, dov’è, papà, il panorama) e tutto quello spazio che l’occhio può abbracciare pure in verticale, ché basta prender su per la collina e il sotto non finisce a livello della strada, guarda là che c’è un bel fosso, guarda gli alberi, le canne, i rovi, laggiù c’è il bivio e stavolta magari andiamo a destra, non come facevo io da ragazzino, che m’infilavo sempre per le strade senza uscita, l’ansia di veder finire un mondo chiuso, poi alzare lo sguardo e immaginar di scollinare chissà dove, l’ultima casa lassù in alto come ultimo confine - dall’altra parte chissà poi che c’era (non sembra di sentir suonare le fisarmoniche?): intanto addormentati sulla mia spalla che ce ne torniamo indietro, a casa, ad ammazzar su Google Maps le fantasie di un pomeriggio sotto al sole.

Le sorprese delle 9.00

Vedere qualcuno crescere sotto ai tuoi occhi da un giorno all’altro è come trovarsi davanti ad un “montage” da film americano anni ‘80, con tua figlia al posto del protagonista sfigato che impara a difendersi (Karate Kid), si trasforma in lupo e diventa un campione di basket (Voglia di vincere), si allena per il grande incontro (Rocky), si mette a correre per il paese (Forrest Gump, che però è anni ‘90).
Una/due settimane se ne vanno via tranquille poi una mattina, mentre la porti a spasso per mano e insieme andate a prendere il caffè, se ne esce fuori - prima balbettando poi un po’ più sicura - con un “come mai, papà?”.
La guardo. Un “come mai” è un modo meno diretto di dire quel fatidico “perché”, che poi arriva puntualmente due secondi dopo.
- “Perché, papà?”

Il suo primo “perché”, per ora un’ isola misteriosa, appena scoperta, in mezzo ad una piccola geografia di parole già ben assimilate. Erano le 9.00 del mattino.

Stasera, ore 21.00. Come tutte le sere le leggo un libro. A volte scelgo io, altre volte sceglie lei. Oggi mi ha chiesto di rileggere “Matilde” di Roald Dahl, ché le piace la scena della sig.na Spezzindue che si arrabbia quando le fanno lo scherzo del tritone, o quando alla sig.ra Dal Verme cade di mano il vassoio con la pizza per lo spavento.
Lei intanto sfoglia un suo libro, canta, chiacchiera con i peluche. Quando sente dalla mia voce qualcosa che la incuriosisce, il nome di qualcuno, quello di un oggetto o un concetto che conosce, allora si ferma e mi chiede sempre “dov’è, papà?”. Dov’è Matilde? Dov’è Spezzindue? Dov’è tritone?
Se c’è l’illustrazione gliela faccio vedere. Ma non sempre c’è un’immagine e capita che mi chieda “dov’è la paura?”, “dov’è dispettoso?” e allora io le spiego che deve immaginarlo, che è nella sua testa, e vedi che rimane lì a pensarci un po’, poco convinta di quel che ho appena detto.

Stasera, ore 21.00.
Io leggevo Matilde e lei cantava, sfogliando un libro. A un certo punto ha buttato lì “rosmarino” e quando le ho chiesto - io, stavolta - “dov’è il rosmarino, Sveva?”, lei si è toccata la fronte.
- “E’ qui, nella testa, papà. Immagina”.

L’Italia dei migliori?

Ho votato ma non mi sono iscritto al gruppo Facebook dove sbandierarlo. Ho votato perché l’ultimo timbro sulla mia cartella elettorale datava 2002 e, senza pentimento (neppure per essermi tenuto finora ben lontano dai seggi), questo mi sembrava il momento giusto per mettercene un’altro. Ho votato perché come ti insegnano a scuola se lo fai tu lo faranno tanti altri e, dopo tanti quorum non raggiunti, pensavo fosse il caso, stavolta, di dare un senso al voto popolare. Ho votato, certo, per i tanti blablabla (futuro nostri figli, dare segnale, bla bla bla, acqua pubblica, no centrali, fatti processare, bla bla, bla bla) e pure perché si trattava fondamentalmente di un referendum su (contro) il Presidente del Consiglio.
Ho votato ed ho ascoltato tante analisi prestando bene attenzione a non confonderle con il rumore di fondo delle chiacchiere da bar, a volume alto come non mai.
Ho votato beccandomi non richieste morali dispensate per via digitale dai “migliori” della “società civile” (l’espressione più gettonata del momento; a seguire: “ventre a terra”).
Ho votato e poi seguito via twitter, in treno, i risultati sull’affluenza. Quel 57 poi 51, 52, 54, 53… Numeri, domande, spiegazioni, proclami, becere sbruffonate, cori da stadio in 144 caratteri chiusi dentro i “cancelletti” ### indispensabili per seguire le discussioni cinguettate che andavano via via trasformandosi nelle porte dell’antipolitica di bassa lega.
L’Italia migliore siamo noi?
Quella che urla senza ascoltarsi? Che prima dà il dito, poi il braccio, poi il culo, poi lo spazio in testa lasciato vuoto dalle idee che se ne sono andate (o lì non sono mai passate) all’ennesimo qualunquista, poi si fa in quattro per dire che non ci sta e in otto per farsi vedere a urlare che non ci sta.
L’ultima ondata di antipolitica, quella del ‘92, ha aperto la porta a Berlusconi.
Stavolta? Difficile dirlo. Stavolta Il Gran Qualunquista che raccoglierà il frutto degli autoproclamatisi migliori è spezzettato in tanti frammenti come il file di un film da scaricare con eMule: qualcuno lo vediamo già, qualcuno arriverà solo alla fine.
Ma il Paese non vincerà comunque. E la politica che non ti piace te la togli di torno sì votando, sì protestando, sì - quando serve - urlando, cantando, sbeffeggiando. Ma non per metterti al posto loro, bensì per far loro capire, senza ombra di dubbio, che sei tu che devono rappresentare.
Tutto qua. E non serve essere “i migliori” per farlo, né creare gruppi Facebbok che ti facciano credere, per un giorno, di esserlo.

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