Le urla e le monetine in piazza, dàgli addosso al sovrano caduto che prima dispensava sogni buoni per chi non ce li aveva poi - il pentimento dello stolto misto all’oblio del pavido - svelti a ritirar retroattivamente la mano dall’urna, scioccamente riprendendosi un voto che già era sciocco, passando per il gran livellatore di serate al bar, il ’tanto sono tutti uguali’, che magari ci tiri su un bicchiere a scrocco, ma è inconsciamente specchio di una piccolezza tale che basta un portamonetine per trascinarsi dietro una vita vissuta in massa: sempre popolo di qualcosa, raramente uomo o donna, la voce nascondendo nell’urlo unanime, la mano alzando a ritmo dell’onda che approva o disapprova o al limite s’indigna, l’occhio sempre pronto a trovar conferma nella mano o nelle urla del vicino, poi di corsa a mostrar foto o pensieri fotocopia - 140 battute o poco meno - come souvenir da esibire a decretare quel ’io c’ero’ che prontamente verrà rimosso quando l’esserci avrà perduto convenienza. Non mi fido di chi urla. Ancora meno di chi urla solo quando i tempi sono maturi per urlare. Perché chi ha sempre urlato ora la voce l’ha finita e se ne sta a casa a pensar quel che il sovrano morto gli ha lasciato dentro in tanti anni, e si lava via lo sporco a costo di farsi uscire sangue. Non scopare, stasera. Lavati. Sfrega e manda via. Sfrega, sfrega. A bocca chiusa, solo nel tuo bagno. E manda via.
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