La casa poi l’avete trasformata. Avete tolto la terra e dissotterrato forse un piano intero, quasi fosse un cadavere (il nostro, certo) da mostrare al mondo, o almeno a chi si provi d’andare a zonzo, suo malgrado, per la via, le erte siepi azzurre, pungenti come aghi, messe via per basse e grasse foglie verdi, come tende spalancate al morboso rimirar di quelli che, metro in mano, confrontano e poi a casa, a tavola, davanti a moglie e prole, sentono il dovere di scambiare due parole di commento - se fosse dunque meglio lasciar la strada vecchia (ché pure quella, non si sa come, siete riusciti a “spianeggiare”) per la nuova - dopo la preghiera e prima del tg, col sole ormai esausto dietro alle colline, ad allungare ombre che di grigio vanno a pennellare i muri esterni, quelli che con balda e lucida pazienza di chirurgo estetico avete prima sciolto per un lifting, per poi passarci pure l’abbrozzante su quel grosso paziente di cemento armato che le rughe bianche, azzardo, se le sarebbe tenute volentieri, meglio che sembrare uno di quei vecchi lampadati e tinti, coi dentoni finti e bianchi e innaturali, stesi sul lettino ad esibire il tempo che si piega al volere non dell’intelletto ma dell’apparenza.
E le finestre? Allungate per entrare/uscire dove prima noi c’affacciavamo solo, in punta di piedi, il cielo appena come panorama, per controllare che le stelle, le nuvole, la luna fossero sempre al loro posto, sulle nostre teste ostinate pronte a dare capocciate alle pareti, all’occorrenza (e quelle non sono mai mancate): per evitar di fare uguale avete tolto pure quelle, aprendo buchi da coprire con persiane, vetri e zanzariere e, appena sopra, la luce dell’allarme ad avvertire d’intrusioni - tutte: ladri, venditori, parenti, amici, l’omino della pizza che sbaglia campanello, il prete a mano armata (di benedizioni), tutti uguali, ché non sia mai donare un posto a tavola, una doccia o - figuriamoci - una parola a chi, seppur di stesso sangue, non ha pagato quote di terreno, portato sacchi e secchi, o almeno piazzato tegole una domenica mattina senza vento, l’occhio basso a far di conto, ché il materiale edile costa, è il nuovo oro, tesoro più lucente dei tappeti verdi e gialli stesi sopra alle colline, che puzzano di vino andato a male e guano e grasso e legno marcio, stesso odore familiare ritrovato giù in cantina, e subito lavato via con la foga del cretino che non sa che va facendo, cancellando vent’anni o più di frigoriferi gelati, carne per l’inverno, riserve d’acqua e legna, armadi pieni e vuoti (ma sempre naftalina), scatole di giochi, passi sordi e ombre e ombre, le stesse che m’afferravano durante corse a perdifiato, d’estate, in bici, passar davanti alla paura solo per sentirne il brivido e le mani sulla schiena, poi via sgommando verso il sole e su, sudare, verso la salita, senza marce ad arrancar fino al cancello (sempre chiuso), riprender fiato e via di nuovo, filato verso il buio che pareva uscire dalle porte, propaggine del sogno da due del pomeriggio, fabbriche sbarrate, finestra sul piazzale vuoto, clangore di un lavoro che l’occhio ricorda soltanto, tra pozzanghere di ruggine che sembran sangue e maree di voci che s’allontanano prima dell’assalto (alcune le conosco, altre no e non faccio a tempo, ché sempre cambiano eppure il nome mio lo sanno tutte e giù a chiamare “Simone, Simone” notte e giorno).
La casa, come ho detto, poi l’avete trasformata. Uccisa no, non credo, e l’augurio mio è che le porte con dietro il buio le abbiate chiuse bene.
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