Il sole delle sei e mezza, con le galline che vanno rallentando nelle aie a portata d’orecchio. I grilli scendono dagli alberi a vedere le auto che tornano dal mare, cariche di sabbia che dopo mesi sarà ancora lì, nascosta negli angolini insieme alla lanugine degli ombelichi, ai capelli, alla pelle morta. E il sole delle sei e mezza cade giù obliquo tra le foglie degli alberi, mentre stai attaccata in braccio a me che salgo per la stradina di breccia che non vuoi fare a piedi, ché quei sassetti son sempre lesti ad infilarsi tra suola e piede - colpa mia: i sandaletti che chiami “nuovi” ma già van stretti chi li ha fatti aveva in mente padri che ti accompagnano in piscina o judo o inglese ma sempre in macchina, non per quelli come me, senza patente, col pallino di infilarti a forza in quella testa, tra un pomeriggio e l’altro di quella manciata che ancora ci rimane, almeno per quest’anno, un’enciclopedia di panorami verdi ed oro (ancora “panorama” neanche l’hai capito bene che vuol dire: guardi, guardi e continui a chiedere dov’è, dov’è, papà, il panorama) e tutto quello spazio che l’occhio può abbracciare pure in verticale, ché basta prender su per la collina e il sotto non finisce a livello della strada, guarda là che c’è un bel fosso, guarda gli alberi, le canne, i rovi, laggiù c’è il bivio e stavolta magari andiamo a destra, non come facevo io da ragazzino, che m’infilavo sempre per le strade senza uscita, l’ansia di veder finire un mondo chiuso, poi alzare lo sguardo e immaginar di scollinare chissà dove, l’ultima casa lassù in alto come ultimo confine - dall’altra parte chissà poi che c’era (non sembra di sentir suonare le fisarmoniche?): intanto addormentati sulla mia spalla che ce ne torniamo indietro, a casa, ad ammazzar su Google Maps le fantasie di un pomeriggio sotto al sole.
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